martedì, 25 dicembre 2007

La traduzione della canzone di Natale Do they know it's Christmas è:

Titolo: Do They Know It's Christmas?
Titolo Tradotto: Sanno Che è Natale?

E' Natale
Non c'è bisogno di aver paura
A Natale
Lasciamo passare la luce e aboliamo le zone d'ombra
E nel nostro mondo di abbondanza
Possiamo diffondere un sorriso di gioia
Butta le braccia intorno al mondo
A Natale

Ma dì una preghiera
Prega per gli altri
A Natale è difficile
Ma quando ti stai divertendo
C'è un mondo fuori dalla finestra
Ed è un mondo di terrore e paura
Quando l'unica acqua che scorre
È la puntura amara delle lacrime
E le campane natalizie che suonano là
E' il campanellìo del loro tragico destino
Beh stanotte grazie a Dio tocca a loro e non a te

E quest'anno in Africa non ci sarà neve a Natale
Il miglior regalo che riceveranno quest'anno è la vita
Dove niente cresce
Non scorrono né pioggia né fiumi
Hanno una minima idea del fatto che sia Natale?

Un brindisi a te, alza un bicchiere per tutti
Un brindisi a loro stare sotto il sole cocente
Hanno una minima idea del fatto che sia Natale?

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martedì, 20 novembre 2007

Dedicato Ad Un Ragazzo di Grande Spiritualità

Artista: Shakira
Titolo: How Do You Do
Titolo Tradotto: Come Stai?

Perdonaci i nostri peccati come noi perdoniamo
chi ha commesso peccato contro di noi
dacci oggi il nostro pane quotidiano
pane quotidiano, pane quotidiano

Gloria Espiritu Santo
(Gloria allo Spirito Santo)

quale lingua parli
se tu non parli per niente?
sei una specie di fanatico che
vive per far rialzare coloro che cadono?

hey, mi diresti perchè il gatto
litiga con il cane?
vai alla Moschea o alla Sinagoga?

e se i nostri destini
sono tutti avvolti alle tue dita
e se tu hai scritto le scritture
allora perchè ci sono i rompiscatole?

come stai? come ci si sente a stare così in alto?
e sei felice? ti capita mai di piangere?

io a volte piango...

hai fatto degli errori, beh va bene
perchè noi tutti li facciamo
ma se io perdono i tuoi, tu perdonerai i miei?

hey, riesci a sentire il nostro dolore
e riesci a metterti nei nostri panni?
ti sei mai sentito affamato o
la tua pancia è sempre piena?

quante persone muoiono e
si fanno del male nel tuo nome?
hey, questo ti rende fiero o
ti fa vergognare?

e se i nostri destini
sono tutti avvolti alle tue dita
e se tu hai scritto le scritture
allora perchè ci sono i rompiscatole?

come stai? come ci si sente a stare così in alto?
e sei felice? ti capita mai di piangere?

io a volte piango...

hai fatto degli errori, beh va bene
perchè noi tutti li facciamo
ma se io perdono i tuoi, tu perdonerai i miei?

Perdonaci i nostri peccati come noi perdoniamo
chi ha commesso peccato contro di noi
... Mehila ...
dacci oggi il nostro pane quotidiano
... Mehila ...
pane quotidiano
... Mehila ...
pane quotidiano
... Mehila ...

tuo è il regno, tuo è il potere e la gloria
Amen!

come stai? come ci si sente a stare così in alto?
e sei felice? ti capita mai di piangere?

io a volte piango...

hai fatto degli errori, beh va bene
perchè noi tutti li facciamo
ma se io perdono i tuoi, tu perdonerai i miei?

perdonerai i miei?

come stai? come ci si sente a stare così in alto?
e sei felice? ti capita mai di piangere?

io a volte piango...

hai fatto degli errori, beh va bene
perchè noi tutti li facciamo
ma se io perdono i tuoi, tu perdonerai i miei?

postato da: keketi alle ore 12:46 | Permalink | commenti (8)
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sabato, 03 novembre 2007
All'approssimarsi del 31 ottobre, sempre di più in questi ultimi anni, si avverte il crescere di una strana febbre, che coinvolge bambini ed adulti, locali pubblici ed esercizi commerciali: Halloween.
Anche il nostro territorio è, purtroppo, sempre più contagiato da questa febbre, che colpisce soprattutto le generazioni più giovani: ormai tutti i ragazzi conoscono Halloween, mentre sempre meno sono in grado di dire cosa si commemora il 2 novembre. Per questo motivo riporto la trascrizione di un articolo pubblicato da "Il foglio" due anni fa, in cui ben si evidenzia che Halloween non è solo un'abile trovata commerciale, ma anche una ricorrenza che mina le nostre tradizioni culturali e spirituali.
SALVIAMO LE NOSTRE RADICl, BOICOTTIAMO HALLOWEEN
*** Ho un invito, anzi una raccomandazione urgente da fare a tutti: specialmente alle famiglie, agli insegnanti, agli animatori sociali, agli esercenti. Boicottate Halloween. Fatelo subito, adesso: e organizzatevi in modo che questa vergogna sia spazzata dalle nostre abitudini. Prima che qualcuno possa dire che si tratta di una «tradizione». Oggi si parla molto d'identità: e c'e chi ritiene che la propria identità si tuteli combattendo quelle altrui. Ad esempio, l'apertura di una nuova moschea potrebbe mettere in pregiudizio le chiese cattoliche. Non si vede proprio perché: chi sa che cos'è una chiesa ed è abituato a frequantarla guarderà con tutto il dovuto rispetto a qualunque luogo di culto non-cattolico, ma non proverà alcuna attrazione religiosa verso di esso. Le tradizioni vengono minacciate solo dal loro intemo: vale a dire dalla loro mancanza di forza interiore. E dalla confusione. Ecco perché bisogna capire che l'indecorosa mascherata di diavoli, fantasmi, streghe, vampiri e zoombies che da qualche anno popola l'inizio di novembre un po' in tutto il cosiddetto «Occidente», e non solo, non è soltanto un piccolo Carnevale di cattivo gusto. E' un vero e proprio attentato alla nostra identità profonda, al senso di solidarietà tra noi e quanti ci hanno preceduto in questa vita, alle nostre tradizioni. Halloween è un ritorno ateizzato e in prospettiva demonizzato a consuetudini pagane che il cristianesimo aveva non solo vinto, ma anche già accolto per quel che esse avevano di positivo. Halloween è un aspetto in apparenza ridicolo, in realtà tragico, dell'apostasia anticattolica dei giomi nostri. Impariamo a decodificarlo per capire quanto sia necessario combatterlo. Le feste dedicate ai defunti e agli antenati, quindi alla fecondità garantita da chi ha già affrontato il ciclo naturale della morte e della rinascita, sono comuni a molti sistemi etnoreligiosi. E, nelle «feste dei morti». E' abbastanza comune che essi rechino anche dei doni ai vivi: il morto appartiene all'immaginario dell'eterno ciclo naturale del nascere e dello spengersi, del letargo e del rifiorire della natura. Nella nostra Europa, le culture celtiche usavano distinguere l'anno in tre grandi stagioni di quattro mesi lunari ciascuna: all'inizio di una di esse, quella autunno-invernale, c'era la festa del Samain, dedicata ai morti e principalmente agli antenati. Tale festa pagana si era mantenuta nelle aree di più profonda tradizione celtica (la Francia e in particolare la Bretagna, la Galizia, l'lrlanda, la Scozia, il Galles) e tracce di essa, caratterizzata da certe usanze sacrificali, erano ancora evidenti nell'XI secolo. Spettó ai benedettini dell'abbazia di Cluny in Borgogna avviare un'iniziativa - fondata sul principio dell'acculturazione, cioè dell'accoglimento formale di una tradizione e della metabolizzazione del suo significato - in folla della quale l'antica festa celtica degli antenati divenne il giomo memoriale dei Santi e quindi dei Morti, con tutto il corredo di preghiere e di suffragi. Ma nei paesi nei quali, durante il Cinquecento, trionfó la Riforma, la ricorrenza dei Santi e dei Morti fu naturalmente abolita. Col risultato che la sua celebrazione tornó, nelle aree rurali del veccbio mondo celtico, a un folkore dell' Aldilà privo di sacralizzazione ed esposto quindi ai rischi di cadere nella superstizione e nella stregoneria.
Gli inglesi e gli scozzesi emigrati nel Nuovo mondo ve la radicarono fra Otto e Novecento. Poi, al contrario con la degenerazione romantico-macabra del gusto e della letteratura, la «festa dei Morti» di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformó in una specie di celebrazione del convegno dei defunti con streghe e demoni (dimenticando tra l'altro che "Halloween" in inglese vuol dire "vigilia di Ognissanti"). Questo gusto, questa specie di pseudotradizione pagano-ateistico-satanista, dall' America è tornata a invadere l'Europa, sotto l'alibi dell'ingenua usanza dei giochi e degli scherzi infantili: una specie di Epifania e di Carnevale entrambi fuori stagione. Non è così. E' un'usanza che cancella le care tradizioni di memoria e di raccoglimento attorno al ricordo dei nostri cari che non sono più di questo mondo e mina alle radici il principio cristiano della comunione dei Santi, vale a dire del rapporto e della solidarietà di tutti i fedeli in grazia di Dio, viventi o defunti che siano. Quello della festività di Ognissanti e della celebrazione dei defunti è un territorio spirituale da riconquistare e da difendere contro l'inquinamento di una pseudotradizione consumistica. Educatori e famiglie debbono mobilitarsi contro questa diseducazione del buon gusto, contro questa profanazione del mistero della morte e della vita dopo la morte, che davvero rischia di tagliare le nostre radici profonde. Franco Cardini (da "Il Foglio")
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mercoledì, 25 luglio 2007

Liberamente tratto e tradotto da “A Brave New Girl”di Britney Spears

 

Dedicato a una amica traduttrice messicana

 

Lei farà le sue valigie
Troverà la sua strada
Farà la cosa giusta fuori da qui
Lei non vuole il Messico
Non vuole gli Stati Uniti
Troverà quel luogo speciale
Lei non vuole dormire
Lei vuole essere felice
Lei desidera andare sulle stelle e toccare il cielo
Ah tu sai di cosa parlo?

Lei vuole una buona vita
Non ha bisogno di tornare indietro
Ha davvero bisogno,
Davvero bisogno di cercare ciò che vuole
Lei atterrerà su entrambi i piedi,
Non sarà in secondo piano
C'è una nuova ragazza coraggiosa
E se ne andrà fuori oggi

Farà un passo fuori
Non nasconde i suoi occhi
I quali sanno che lei può essere così vitale
Il suo umore è cambiato
Non è bello essere una ragazza coraggiosa stamani?
Stamani va bene

Così incontrò questa città italiana
Era dolce
E si disse è qui che voglio vivere
Lei disse \"non lo so andrò in mezzo alla mischia\"
E si  disse \"andiamo sulla pista\"

Lei vuole una buona vita
Non ha bisogno di tornare indietro
Ha davvero bisogno,
Davvero bisogno di cercare ciò che vuole
Lei atterrerà su entrambi i piedi,
Non sarà in secondo piano
C'è una nuova ragazza coraggiosa
E se ne andrà fuori stamane

Farà un passo fuori
Non nasconde i suoi occhi
I quali sanno che lei può essere così vitale
Il suo umore è cambiato
Lei vorrebbe stare qua e portare un po’ di sé in questa città
Non è bello essere una ragazza coraggiosa stamane?


Farà un passo fuori
Non nasconde i suoi occhi
I quali sanno che lei può essere così vitale
Il suo umore è cambiato
Lei lotterà e si troverà ancora una volta su

Questa piazza, in questa città

E porterà del suo paese le qualità in questa città

Di questo bello ma difficile Paese.

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sabato, 28 aprile 2007
Non mi sono impigrita, dal momento che posto un altrui intervento: è che questo articolo di Eva Milan, da Megachip, mi è stato giustamente segnalato, e ve lo riporto integralmente. Quando si parla di lavoro precario, nella maggioranza dei casi si parla soprattutto, giustamente, dei lavoratori dei call center, dei ricercatori, dei precari statali e della sanità, ma si trascura spesso la condizione di una categoria di lavoratori dei “saperi” e della cultura che operano in special modo nei settori dell'editoria e dello spettacolo che meriterebbe un vero e proprio grido d'allarme, denunciando lo stato di degrado in cui è sprofondato l'intero panorama culturale. Per qualche misteriosa ragione, noto che tale grido d'allarme stenta a levarsi e, al contrario, c'è quasi l'impressione di una sorta di “omertà” in certi ambienti, che non denoterebbe soltanto una scarsa attenzione verso l'importanza del patrimonio culturale, ma in modo più preoccupante una sorta di “ricatto” implicito, per cui gli stessi lavoratori del settore si autocensurano per paura di perdere il loro già molto precario impiego. Inoltre, in modo specifico, il sospetto è anche che tale denuncia andrebbe a colpire una parte del settore cosiddetto “indipendente” dell'editoria, formato da medi e piccoli editori, su cui forse una parte della “sinistra” e dei media indipendenti tende a chiudere un occhio. Un sospetto del tutto personale, tengo a precisare. Mi limiterò a descrivere la situazione nel settore della traduzione, in base alla mia esperienza diretta e indiretta, che credo sia esemplificativa e nella quale anche altre categorie di professionisti “free-lance” potranno certamente riconoscersi. Quella del traduttore è una figura complessa e spesso sottovalutata. Un traduttore non è qualcuno che semplicemente conosce una lingua straniera, ma che “sa tradurre” anche grazie al fatto di aver acquisito una competenza linguistica attraverso la conoscenza approfondita, lo studio o un'esperienza specifica in uno o più determinati settori che vanno al di là della semplice traduzione letterale, ad esempio in campo medico, scientifico, politico, mediatico e giornalistico, commerciale, sociologico, informatico, letterario/poetico, artistico, etc.. Inoltre, condizione essenziale per poter svolgere l'attività di traduttore è quella di conoscere perfettamente la propria lingua madre, anche nei campi di traduzione specifici che gli competono. Nell'immaginario collettivo, la figura del traduttore è inquadrata come libero professionista, e così a mio modesto parere dovrebbe essere. In realtà tale figura professionale non è stata ancora in tal senso riconosciuta, e nella maggior parte dei casi, essa si può benissimo collocare nella categoria dei “lavoratori a progetto”, e in qualche caso anche nelle tanto discusse definizioni di “lavoratori subordinati o para-subordinati”. E' noto altresì che in base alla legge sul diritto d'autore, il traduttore godrebbe di tale diritto. Ma nella realtà questo viene sempre ceduto attraverso una clausola contenuta nella lettera di incarico di volta in volta proposto dall'editore (vedi: http://www.aiti.org/leggeDA.html ). E veniamo ai compensi. Se il traduttore fosse realmente un libero professionista, dovrebbe poter concordare con l'editore il proprio compenso in base alla propria tariffa (vedi: http://www.aiti.org/condizioni.ht m l ) Ma anche qui, la realtà non coincide. Quello che invece normalmente accade è che a stabilire la tariffa e i tempi di consegna e a indicare parametri e strumenti di lavoro è l'editore. Inoltre, mentre una volta si poteva far riferimento agli standard indicati dalle associazioni di categoria, tali tariffari sono stati soppressi in ottemperanza alla Legge 287/90 a seguito di procedura dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. (vedi Statuto AITI-Liguria, Articolo 20. Funzioni del Consiglio Direttivo Nazionale : http://www.aiti-liguria.org/statuto.html ) Ciò che ne consegue è la giungla. Il mercato delle traduzioni nell'editoria si è involuto in un gioco al ribasso, in cui mediamente il traduttore professionista è costretto ad accettare tariffe sempre più basse, potremo definirle tranquillamente “da fame”; il traduttore non ha alcun potere contrattuale e alcun diritto sulla propria traduzione (che può essere modificata in qualunque momento da un correttore di bozza probabilmente anch'egli precario e senza competenze di traduzione), non ha voce in capitolo sui tempi di traduzione e deve rispettare ritmi di consegna massacranti; si ritrova in pratica a svolgere un lavoro altamente specializzato posto sullo stesso piano economico di uno studente universitario o neo-laureato in lingue privo di esperienza di traduzione professionale che venga assunto saltuariamente secondo la legge dell'“abbattimento dei costi”. Spesso, oltre a dover accettare compensi scandalosi (per fare un esempio pratico, capita anche di dover tradurre un'opera di una certa consistenza e grado di difficoltà, per una rinomata e fiorente casa editrice “alternativa”, per cui si richieda la consegna in un massimo di tre 3 mesi, lavorando circa 12 ore al giorno senza riposo settimanale, per guadagnare un totale di 1800 euro lorde, ovvero circa 600 euro lorde al mese!), il traduttore deve anche sottostare all'attesa di alcuni mesi “di buco” tra un progetto e l'altro. Questo perché qualora si collabori più o meno continuativamente con un editore (con in media un mese o due di intervallo tra un progetto e l'altro), se si accettasse nel frattempo l'incarico da un altro editore che potrebbe accavallarsi con un successivo incarico del “cliente abituale”, non solo si rischierebbe di perdere uno dei due incarichi, ma ad eventuale oltraggioso rifiuto seguirebbe difficilmente un'altra offerta. Vale a dire, vieni punito per alto tradimento e perdi il prezioso “cliente abituale”, che è l'unico che ti aveva offerto più o meno continuativamente uno straccio di lavoro. In pratica, in molti casi il traduttore si trova a dover restare a completa disposizione di un solo “committente”, a doverselo “tenere stretto”, e questo comporta almeno una media di quattro mesi di inattività in un anno (nei casi più fortunati). Potrei raccontare di peggio. Potrei raccontare di chi ha perso per sempre il lavoro di traduttore poiché i ritmi massacranti davanti al pc hanno causato ernie del disco e invalidità permanente che impediscono il proseguimento della professione, e senza che tale invalidità professionale possa mai essergli riconosciuta. E di chi, per problemi di salute, ha perso il suo “cliente abituale” per aver consegnato con alcuni giorni di ritardo una volta in anni di collaborazione. O di chi, avendo scoperto che la propria traduzione era stata pubblicata a suo nome in una versione totalmente riveduta e risultante in una qualità scadente, ha perso il suo “cliente abituale” dopo quattro anni di collaborazione e tante lodi, solo per aver espresso osservazioni di ordine tecnico sulla traduzione rivisitata. O di chi, per essersi rifiutato di svolgere mansioni extra non pagate e non previste dall'incarico e dagli accordi precedenti, ha perso il suo “cliente abituale”. Ma anche di chi ha rinunciato spontaneamente a praticare tale professione a cui aveva dedicato anni di studio, lavoro e passione per non sottoporsi più al calpestìo della propria dignità di persona e smettere di partecipare a questo gioco di sfruttamento. Ovviamente, non sto parlando di tutti quegli ottimi professionisti che lavorano ormai da anni presso i loro grandi “clienti abituali”, che sono ben trattati e soddisfatti del loro rapporto di lavoro, ma solo di tutti gli altri ottimi professionisti sfigati. La cosa che vorrei far notare è che non stiamo parlando di grandi multinazionali o di grandi gruppi editoriali. Non solo. Ciò che si dovrebbe sapere è che tra coloro che più concorrono alla creazione di questo sfruttamento selvaggio (non saprei come altro definirlo), vi sono medi o piccoli editori che si definiscono o vengono considerati “etici”, “alternativi”, “indipendenti” o…. “di sinistra”. Che pubblicano libri sul precariato, o sulle malefatte delle multinazionali nel terzo mondo. O sui pericoli del neoliberismo. 
Non intendo certo demonizzare la categoria in toto, e non dubito che ci saranno tra questi molti esempi positivi, ma quello che ho raccontato è stata purtroppo la mia esperienza e di altri colleghi. Oltre alla condizione precaria dei lavoratori dei saperi e della cultura, bisognerebbe riflettere sulla qualità delle opere che vengono realizzate e pubblicate grazie a questo stato di cose. Qualità che nella corsa al mercato perde ogni e qualsiasi valenza. Viviamo in un mondo in cui anche l'arte e i valori della civilità divengono spazzatura buona per essere riciclata dai pubblicitari, un mondo in cui la cultura perde di valore in modo proporzionale al valore attribuito alla passione e al lavoro di un uomo. E se questa cultura è il prodotto di ciò che l'umanità è diventata, allora forse all'umanità sta bene così.
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sabato, 17 marzo 2007
Ho trovato pubblicato su un sito un'intervista fatta dalle Iene a Paolo Attivissimo su varie questioni software, incluso il nuovo Windows Vista. Per me è risultata interessante, magari lo è anche per voi. http://www.danielecolo.it/wordpress/?p=173
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categoria:italiano
martedì, 06 marzo 2007
In vena di quiz? Ecco a voi alcuni spunti:
Come ci piacerebbe che fossero gli altri e come vorremmo essere noi? Cosa ci aspettiamo davvero dagli altri e da noi stessi?
Quando la realtà idealizzata e quella concreta fanno a cazzotti, la prima può essere difficile da accettare, ma è l'unica possibilità per intervenire sui fatti. Solo partendo da quello che si ha di fronte si può influenzarlo in meglio.
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mercoledì, 21 febbraio 2007
Nel lavoro è tutto un obiettivo. A volta perseguire un obiettivo diventa una corsa ansiosa e frenetica. Quando questo accade è bene fermarsi un attimo a riflettere e ricordarsi che la vera sfida non è solo il raggiungimento degli obiettivi, ma vincere sui nostri punti difficili. A volte lo stress emerge quando c'è un forte attaccamento all'obiettivo. Inconsciamente si comincia a collegare la propria felicità alla risoluzione del problema o alla soddisfazione del desiderio. E si manifesta lo STRESS. Per lo "stress da obiettivo", si può dire che non è il fatto in sé di avere degli scopi a generare pesantezza, ma il pensiero di non saperli raggiungere. Dubitiamo di poter ottenere l'obiettivo, di aver posto lo scopo giusto per noi, di riuscire a fare le azioni necessarie al raggiungimento della meta che ci siamo prefissati e così via. E questi pensieri sono direttamente connessi al dubbio su noi stessi. Perché infatti non dovremmo raggiungere i nostri obiettivi? Anche nella mia esperienza è questo il dubbio che qualche volta mi frena e mi fa vacillare. Lo stress può anche derivare da problemi di "tempistica", come quando le cose sembrano immobili da molto tempo, non riusciamo ad ottenere ciò che vogliamo in tempi brevi e ci sembra di non ottenere i nostri obiettivi. Allora, occorre ricordarsi cche, in effetti, la vera battaglia non è solo per il raggiungimento degli obiettivi ma per vincere sui punti morti, sui momenti di inerzia. Io li conosco bene i punti morti ... ogni esperienza personale è stata il frutto di un impegno costante, prolungato nel tempo e volto soprattutto a sconfiggere i miei limiti interiori e il senso di impotenza e di incapacità rispetto alle situazioni. Però ad ogni obiettivo raggiunto, ad ogni montagna scalata mi guardo indietro e penso: "dopotutto, per ottenere questo ho semplicemente vinto su me stessa, il resto è stato facile". In conclusione, l'unico modo per combattere lo stress degli obiettivi e vincere nella vita è chiedersi con sincerità e serietà se si sta progredendo ogni giorno.
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lunedì, 19 febbraio 2007
"Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti".
Con questa frase Charles Darwin ha definito una legge non solo naturale, ma anche sociale.
Ogni giorno la nostra capacità di cambiare viene messa alla prova, nei rapporti di lavoro o in quelli privati e, se ci pensiamo bene, spesso i guai nascono proprio dalla nostra resistenza al cambiamento.
Tutti vorrebbero migliorare la propria vita ed essere più felici, ma quando si pone la fatidica domanda: "Cosa sei disposto a cambiare di te?" iniziano i primi tentennamenti e le prime "resistenze".
Quando le cose non vanno per il verso giusto le persone reagiscono in diversi modi.
- Ci sono quelli che intraprendono una guerra di logoramento senza schiodarsi per anni dalla stessa trincea.
- Ci sono quelli che si comportano come i musicisti del film Titanic che continuano a suonare anche quando la nave cola a picco.
- Ci sono quelli che cambiano in continuazione lavoro, partner, ambiente ma poi, chissà perché, alla fine si trovano a rivivere sempre lo stesso copione, come se fossero predestinati ad incontrare sulla propria strada persone e situazioni sempre sbagliate.
- Infine ci sono coloro che hanno il coraggio di cambiare vita, ma soprattutto atteggiamento.
Uno dei principali motivi per cui il cambiamento spaventa è l'idea che per "cambiare" dobbiamo eliminare completamente ciò che esiste e ripartire da zero. Un po' come se dovessimo ammettere di aver sbagliato tutto, di aver fallito, di aver buttato via una marea di tempo e di energie. Ovviamente, se dentro di noi vediamo il cambiamento in tal modo, sarà molto difficile accoglierlo positivamente.
Ma fortunatamente cambiare non significa questo! Non dobbiamo azzerarci per poi ricostruirci.
Possiamo buttare via un abito vecchio e sostituirlo con uno nuovo, ma non potremo mai fare lo stesso con noi stessi, con i nostri pensieri o i nostri modi di fare.
Al contrario possiamo partire da dove siamo per espanderci, evolverci, progredire.
È nella natura umana tendere all'evoluzione, alla crescita allo sviluppo. Pensa a come ti senti quando impari qualcosa che prima non conoscevi, anche solo una piccola abilità o una semplice informazione: quando ti senti di essere migliorato, quando sviluppi le tue capacità.
Se la parola cambiamento diventa sinonimo di progresso, evoluzione, miglioramento, crescita allora non può più fare paura e non può che essere stimolante.
Ed ora che abbiamo operato questa "ristrutturazione", quale cambiamento potrebbe permetterti di essere ancora più felice?
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categoria:italiano, lingue, romance, traduttore traduzione interprete
venerdì, 16 febbraio 2007
E' singolare come le tipologie umane delle persone che fanno lo stesso mestiere si assomiglino e, per quanto riguarda i traduttori, anche per la lingua che traducono. Un personaggio che mi è particolarmente affascinante è il traduttore di francese. Vorrei tracciarne un identikit: In genere è di madrelingua francese e ha scelto di venire in Italia non si sa perché. O meglio lui lo sa ma non lo vuole rivelare. Si stanzia preferibilmente in qualche città del nord Italia, forse perché anche lui viene dal nord della Francia. Si iscrive ad una facoltà italiana piuttosto lunga e difficile tipo Medicina, ma il sistema scolastico è troppo diverso e non riesce a combinare niente. L'Italiano l'ha imparato sul campo e inizia a lavorare come traduttore più per necessità che per passione, a differenza della maggioranza dei traduttori che ci tiene a sottolineare che lo fa per missione. Da bravo francese invevce, ci tiene a fare capire che le materie importanti sono quelle scientifiche e non quelle letterarie, comprese le lingue straniere. Lentamente questo diventa il suo lavoro permanente, ma non lo ama anche se lo fa con puntigliosa diligenza ed estrema intransigenza. Si incollerisce spesso e continua a inveire sul sistema italiano che non funziona, mentre quello francese sì. In realtà alle spalle lascia una famiglia d'origine piuttosto problematica, un padre eccessivamente sopra le righe e una madre sottomessa. Non si trova bene in Italia, ma non vuole tornare in Francia perché sarebbe come una sconfitta. Ha viaggiato parecchio, ma viaggi avventurosi e non comodi in hotel. In tenda, a piedi, da solo, parlando con chi incontrava, facendo amicizie sulla strada, autostop, in paesi lontani, orientali, mischiandosi con il popolo del paese. E ne parla sempre. Di relazioni sentimentali non ne ha avute molte. E come potrebbe? E' perso dietro se stesso, a badarsi, a curarsi. Comunque quelle più significative con italiane, ma purtroppo anche molto distruttive. E' quindi molto diffidente e spesso solitario, immerso nel suo mondo informatico e di vivace immaginazione. Dotato di una voce calda e suadente, con quelle sonorità tipicamente francesi che rendono sublime una frase anche se il suo significato non lo è, non fa solo il traduttore, ma lo speaker, doppiatore, un po' attore. Forse a tratti non sa più neanche lui chi è, cosa fa. Ma io lo so. Lo conosco. L'ho conosciuto. Spero di conoscerlo ancora. Grazie per esistere e continua ad esserci caro traduttore di francese!
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